Stefano Galli

Biografia

Sulle ali del biplano rosso.

La pittura di Stefano Galli

 

La prima cosa che si vede in questi grandi dipinti quadrati è l’acceso colorismo che attira indubbiamente lo sguardo del pubblico. Il pittore ha scelto un punto di vista altissimo per mostrarci il mondo componendo grandi tele dove dall’alto individua un’immagine, che è tratta dalla realtà, materiale e spirituale del mondo terrestre. Il disegno, apparentemente esatto nella geometria prospettica che lo compone, risucchia come un vortice, e così si entra nelle immagini. E subito siamo attorniati da una serie di citazioni tirate lì come per caso, che sobillano il cuore e titillano le cellule grige. Ma certo che c’è Sironi, ma cosa è che si muove? Ma non era Gauguin quello degli alberi rossi? E l’espressionismo? Diamine c’è anche quello! Più li guardi questi grandi quadri colorati che volevi ambientare nella camera del tuo bambino per quella gamma di colori così acrilici e così squillanti da irretire l’occhio, più li guardi e più capisci che non sono da bambini, anche se i colori sono così vivaci, se talora guizza la linea del fumetto, anche se pare Pop Art nostrana. Niente di tutto questo. Questi dipinti i cui soggetti, riconoscibili, paiono derivati dalla realtà e quindi appartenere ad un realismo trasformato dal gioco e dall’ironia, ma non è così. Tutto in questi dipinti non si riferisce alla realtà tangibile che ci circonda, ma piuttosto essi sono la reale rappresentazione dell’animo e della mente di un uomo colto e intelligente, che con voce pacata e accento padano, vuole dialogare con noi su contenuti ben oltre il colore, ben oltre la Pop Art. Di ludico e illusorio non vi è nulla, così come questi di Stefano Galli non sono dipinti vivaci per rallegrare un ambiente anonimo. Sono i frutti della riflessione interiore che attraverso gli organi della fonazione e un linguaggio comune adeguatamente diffuso, permettono agli esemplari della nostra razza, unica tra quelle viventi, di dialogare. Questo può apparire banale: che l’uomo parla lo sappiamo da un pazzetto. Cosa pensa di aver raggiunto questo Galli dagli occhi cerulei e dai modi pacati; ha scoperto l’acqua calda? Ma è proprio dell’acqua calda che abbiamo necessità, nel nostro mondo compulsivo, privo di bellezza se non effimera, privo di fascino se non superficiale. A prima vista queste grandi immagini dipinte ci fanno comprendere che l’autore vuole invitarci con ironia a viaggiare con lui. E se l’ironia è il veicolo per leggere e invitarci a seguirlo, è il vivere in tutte le sue sfaccettature quello che Stefano Galli vuole farci vedere con occhio, invece, attento e umano. Ecco l’umanità, l’essenza interiore dell’animale, bipede implume, discendente dall’Homo Sapiens, questo ci mostrano i dipinti di un Maestro che ci incanta con i colori. Questa di Stefano Galli pare una pittura di colori, a tutta prima ne sono sicuri tutti. Eppure non è così, i colori hanno la funzione di attrarre l’occhio e di mantenere il dialogo con i fruitori su un tono non cattedratico, ma lieve e dolce, invogliante, sornionamente vicino  ai colori dell’infanzia e delle caramelle che rassicurano e ci fanno riandare a pensieri belli e gradevoli. Le magiche estati in campagna con i nonni, i calzoni corti e le calzette bianche a quindicianni, gli aquiloni, i giochi con i sassi e i legnetti. Quella di Stefano Galli però, dopo un’apparenza di gradevolissimo e vistoso colorismo, è una pittura di segno. Di segno perché è la linea guida che, da altezza vertiginosa, ci spinge a leggere la realtà come attraverso la lente di un microscopio il cui vetro però, piuttosto che nitido, gelido e scientifico, è rabescato dal colore e dal calore del sentimento, come quello di un caleidoscopio. Le linee pigre o fulminee, diritte come raggi o circolari come spirali inevitabilmente ci conducono al centro di un’immagine, trasfigurata dalla mente giocosa e colta dell’Autore che vuole condurci a spasso nella sua filosofia di vita. Questi dipinti raccontano storie vere, immaginate, pensate, accadute, concresciute, ma lette e trasfigurate dalla mente felice e appagante di un Autore che, pur conoscendo il brutto della vita, serba in sé una fede incrollabile nel valore dell’animo umano e nell’educazione appresa da bambino. Nelle campagne padane dove i vecchi ripetevano.”Male non fare, paura non avere”; a questa ruspante, faticosa e verde indicazione di vita se ne incrociano altre, antiche e ancor vitali, come le parole dell’Uomo che ha saputo dire: “Chi è senza peccato, scagli la prima pietra”; e ancora come la bionda Pollyanna che attendendo una bambola riceve in dono un pacco colmo di stampelle: “che gioia non averne bisogno!”. Tanti elementi, ricordati, derivati, desunti, vissuti che hanno fatto sì che Stefano Galli divenisse, con le sue tele, un paladino del bene, una persona che, quotidianamente, nel suo vivere, nel suo dipingere, con la sua forza individuale si oppone al male, arginandolo, con le parole e con i gesti, svilendolo, sminuendolo, scoprendone le trame piccole e grandi che ordisce per intrappolarci, smontandole nei suoi quadri. Un impegno di vita costante che è un esempio per tutti, vivere ciascuno contro il male, nel nostro piccolo, per esser, tutti insieme, tutti gli uomini del mondo, una forza enorme per vincere il male, per tutti, per tutto il mondo. La pittura di Stefano Galli, che può sembrare un’esemplificazione di prospettive ad uso degli adolescenti è invece qualcosa di più simile alla poesia sperimentale di Guillaume Apollinaire; i “Calligrammes”; che furono veicolo di crescita per Marinetti che transitando da quei luoghi creò la poesia Futurista, stimolando negli artisti figurativi contemporanei una breve ma intensa stagione Futurista cui la pittura di Galli è, di lontano, imparentata. Ma attenzione a non dimenticarsi di fare “Chapeau” a Stefano Galli che canta dalle sue quadrate superfici la lode del genere umano, dandoci bellissime, straordinarie, profonde, sornione, visioni del nostro mondo, fuggendo sulle ali di un rosso biplano quando il suo pennello giunge nei pressi del brutto, del cattivo, del male. Perché Stefano Galli non vuole dare soddisfazione al negativo, che è irrazionale paura, e lui, che ha di base un animus ingegnarius, sa che, se non lo dipinge, non lo raffigura, se immortala solo il bene, pian piano lo scaccerà lontano dalla terra, lontano dall’umanità tutto, dalla nostra vita.  

Emanuela Catalano

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