Fotografia, colta nell’essenza più profonda del recupero di un affetto la cui memoria, vicina all’autore, rivive armonicamente attraverso lo studio attento della composizione. E materia, custode di una sensibilità che rilegge l’apparente semplicità dell’artefatto nei termini di custode e tangibile riflesso di un sentire incondizionato.
In senso tecnico, la fotografia è il procedimento fotochimico che imprime in modo stabile un’immagine su un supporto sensibile alla luce; la parola nasce dal greco phōs, «luce», e graphé, «scrittura» o «disegno», e vuol dire dunque «disegnare con la luce». Nell’arte digitale di Carlo Guidetti, questo atto riporta i soggetti prediletti dall’autore nel luogo d’origine, nell’aspetto che oggi assume. Ne derivano, oltre allo scatto e al montaggio, più strati di memoria, moltiplicati nello spazio e nel tempo grazie al ricorso ad una scena che custodisce gli affetti e li rende, poeticamente, presenti nell’contemporaneità dell’opera. Le foto degli album di famiglia acquistano così nuova vita, più intrise ancora di nostalgia e commozione. Alla base, la ricerca costante e ponderata, nata dall’approccio documentaristico e maturata attraverso l’attuazione del progetto in corso – Vivere il tempo – in cui Guidetti, fine interprete del sentire umano, permea la memoria di forma e consistenza concrete, tracciando un percorso che unisce passato e presente trasfomando i ricordi privati in un racconto condiviso, quale testimone silente di un’autentica emozione che persiste nel tempo.
Juta per le tele, tempere, acrilici e oli, insieme a carta, stoffa e, nello specifico, vivo legno. Voci grafiche e materiche nella cui commistione leggervi l’essenza poetica di Michele Pucacco, scandita dalla ricerca incontaminata della libertà più assoluta che il solo atto creativo concede, ed ulteriormente marcata dalla volontà dell’artista di non titolare gli artefatti. Ricerca incessante, per tanto, dal forte accento introspettivo che culmina nel minimale: declinato, quest’ultimo, nell’estroflessione della tela – in cui leggervi l’innegabile eco di Bonalumi – ad opera dei rami sottostanti, testimoni di una concezione spaziale in cui il supporto supera il limite della mera ed illusoria rappresentazione bidimensionale a favore di un’intensità ripresa dall’impiego totalizzate della tela e, parimenti, dall’oscurità della palette cromatica. Non più semplice quadro, per tanto, ma riflesso compiuto di profondità e vivida riflessione la cui universalità, idealmente contrapposta alle incisioni di Fontana, emerge palese al limite dell’irruento, coniando un linguaggio artistico personale e distintivo di cui Pucacco è indiscusso artefice.