La calligrafia, riletta semiologicamente ed assunta a codice innovativo che traccia il percorso curativo vissuto dell’autore traendo spunto dagli stili e dagli idiomi propri della cultura africana. E fotografia, in cui l’unione tra purezza femminile e natura circostante anima un dialogo armonioso, nel quale leggervi rigore esecutivo e classicismo greco.
Nella ricerca di Fahad Aliyu la scrittura valica l’accezione meramente funzionale divenendo corpo, spazio e memoria visuale condivisa. L’artista nigeriano, architetto e calligrafo, formatosi tra Nigeria, Italia e Ungheria, intreccia le tradizioni dell’Africa occidentale radicate nella cultura Nupe, gli antichi sistemi grafici e il pensiero architettonico coniando un alfabeto personale di segni e glifi, che definisce “The F Script”. La linea, oltre la composizione visiva ed ambientale, diventa traccia mnemonica e nucleo che, nell’attività più recente, costituisce il riflesso delle esperienze di vita dell’artista e i traumi legati al suo percorso medico. Il corpo, la cura e le cicatrici interiori vengono indagati, tramite un fervido immaginario clinico, attraverso la calligrafia. E la fragilità, nella sua palese difficoltà espressiva, diviene estetica della frammentazione e della sovrapposizione risolta nell’unitarietà del manufatto. Esposta a Parigi, Dubai, Roma, Budapest, Abuja, Bologna e Milano, l’arte di Aliyu funge da strumento di sensibilizzazione a favore di altri pazienti e sopravvissuti a patologie oncologiche attraverso l’impiego di un linguaggio artistico ineluttabilmente identitario.
Il rigore tecnico di Mauro Martin emerge nell’uso magistrale della sola luce naturale e nella cura compositiva con cui colloca oggetti e soggetti, spesso ispirati al Rinascimento e, più a monte, alle culture egizia, romana e greca. Quest’ultima, colta inizialmente nel mito delle Naiadi, riaffiora nel culto di Driade, ninfa dei boschi e degli alberi, cui il fotografo piemontese volge l’obiettivo scegliendo parimenti la giovane ritratta in Val Sesia. Il contesto, selvaggio e incontaminato, ospita l’incanto della musa le cui pose, spontanee e seducenti, inducono l’osservatore a riflettere sul legame tra purezza femminile, la cui essenza vibra in ogni scatto, e natura della valle, metaforica culla del creato, assunta a rinnovata scenografia. Nel rispettivo ciclo, da leggersi quale evoluzione e conseguente sviluppo della serie “Naiad”, la figura femminile si immerge nel verde della flora valsesiana, suggellando compiutamente l’armonico legame tra soggetto e contesto nella cui fluidità, abilmente sottesa alla poetica di Martin, cogliervi la magia, meglio ancora la forza silente, che ne anima il candore.